De Concilis(Mns):l'arresto di Cesare Battisti è la vittoria di populisti e sovranisti in Brasile e Italia

La vicenda dell'arresto di Cesare Battisti ha suscitato tanta discussione: è dalla elezione del Presidente Bolsonaro, in effetti, che la politica, e di rimbalzo la cassa di risonanza dei social, si è ritrovata a discutere di pagine della storia d'Italia fra le più crude e cruente, proprio per l'aspettativa del rientro in Patria del latitante Battisti. Si sa, ormai si parla per post, il dibattito politico si fa con i tweet e un video in diretta vale ben più di un comizio di piazza, tuttavia occorre, ogni tanto, il tempo di approfondire le questioni, specialmente quelle cruciali, con qualche contributo appena appena più riflessivo.
Il fatto di cronaca è che il 12 gennaio, dopo quasi quarant'anni, è stato arrestato ed immediatamente estradato Cesare Battisti, evaso, latitante, indagato, imputato e condannato per numerosi reati, fra cui molti dei quali intanto prescritti (detenzione di armi, aggressione, ferimenti, cospirazione e associazione sovversiva, rapina, partecipazione a banda armata) e quattro delitti non ancora prescritti o imprescrittibili; evaso il 4 ottobre 1981, egli, successivamente, è fuggito all'estero dove ha ricevuto, fino a ieri, sostegno e protezione, tanto da trovare il tempo di diventare anche intellettuale e scrittore di romanzi.
Il fatto politico è che la combinazione di due populismi identitari e sovranisti, quello di Salvini e quello di Bolsonaro, è riuscita a sbloccare una pendenza di giustizia durata quasi quattro decenni, e che ha visto l'Italia fino ad ora incapace di far valere le proprie ragioni nei confronti di Francia, Messico e Brasile. 
Ciò premesso, con la cattura di Battisti, si ripresenta alla coscienza del Paese la rievocazione di un periodo della storia di questa Repubblica in cui nelle tasche dei giovani non trovava posto lo smartphone ma, troppo spesso, una pistola. Cesare Battisti è infatti nato nel 1954, ed ha cominciato la sua attività criminale già sul finire degli anni 60, tant'è che nel 1972 fu arrestato per rapina e nel 1974 nuovamente tratto in arresto per un'altra rapina, questa volta con anche sequestro di persona. Insomma una vita cominciata ben presto oltre i limiti della legge, ma in qualche modo ovattata dalla caratterizzazione "politica" della sua condotta illecita.
 Alla mente riaffiora il ricordo del formidabile monologo di Gian Maria Volontè nel film "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" (1970), dove egli, in veste di funzionario di polizia, arringa i suoi uomini citando i dati dei reati, incrociando quelli della criminalità politica e sovversiva con quelli della malavita comune e ordinaria, giungendo alla conclusione che <<sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo, sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale>>. Dopo tanti anni, forse sarebbe giusta, invece, una riflessione diversa, che ovviamente non può essere esaurita in questa sede, è cioè capire quanto l'atto delittuoso commesso dal sovversivo fosse "funzionale" alla causa rivoluzionaria ovvero quanto, al contrario, la invocazione di atto politico non fosse in realtà "strumentale", per il delinquente, al fine di vestire i suoi semplici crimini comuni con il nobile abito della ideologia rivoluzionaria.
Cesare Battisti ha condotto una vita di violenza e criminalità, ha scelto di caratterizzare la sua condotta come politica, sovversiva e insurrezionale, come egli stesso ammette, in particolar modo a partire dal 1977, dopo aver conosciuto, nel carcere di Udine, Arrigo Cavallina, leader dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC), che lo ha suggestionato ad aderire all'organizzazione; prima di allora si era solo fugacemente avvicinato al PCI o a vari corpuscoli minori orbitanti nell'area di Lotta Continua e di Autonomia Operaia. Insomma non stiamo parlando di un praticante della praxis rivoluzionaria, né di un ideologo della azione ribelle finalizzata ad un'etica, benché estrema, del giusto e del morale; tutt'altro, la aurea di uomo degno della intellighenzia della Sinistra e la sua collocazione d'eccezione nel Pantheon della bella ed erudita società avviene molto dopo, quando egli è già fuori dall'Italia, a partire dalla protezione della dottrina Mitterrand, e ben sostenuto da quel mondo più o meno visibile del soccorso internazionale al terrorismo di matrice comunista, che lo ha aiutato e accompagnato nelle numerosissime ad ardite vicissitudini legali (e non) cui si è reso protagonista per evitare, fino a ieri, la estradizione.
Il lato visibile di quel mondo è composto dal solito ambiente della politica e della cultura "per bene" dal ventre rigonfio, che di certo non si attarda a pensare alle vittime di Battisti e alle famiglie che hanno perso un padre, un marito o un fratello: addirittura 1.500 sono le firme di solidarietà a Battisti raccolte fra uomini in vista, capitani ben accasati del bel mondo dell'arte, della letteratura, dell'impegno civile, del giornalismo, finanche del mondo cattolico. Diversamente, meno percepibile, è chi ha mosso i fili per i quali un criminale abbia potuto vivere indisturbato da latitante in bella vista, scrivendo libri e sentenziando sul bene e sul male nonostante vi fossero, almeno in teoria, le pressioni di un Paese come l'Italia per catturarlo e rimpatriarlo.
Mentre sui social abbiamo potuto assistere, minuto per minuto, al suo rientro nel Paese per pagare il suo debito con la giustizia, naturalmente si sono sfrenate, contemporaneamente, le curve degli ultrà da tastiera. Da Sinistra la invocazione di provvedimenti di clemenza, da Destra la soddisfazione per la operazione riuscita e la acclamazione, legittima ma a tratti forcaiola, per la traduzione in carcere del soggetto.
Ebbene non è facile usare il metro della tifoseria nel commentare accadimenti come questo, principalmente perché se è vero come è vero che, nella amministrazione della giustizia, mai vi dovrebbe essere il coinvolgimento emotivo, anche il commento sulla vicenda Battisti dovrebbe svilupparsi come mero fatto afferente l'esecuzione penale. Tuttavia ci sono due concomitanze fattuali che, almeno in qualche misura, rendono comprensibile quel "clima di festa" che coinvolge la Destra politica su un fatto che, invece, dovrebbe essere paradigmatico di compostezza, ponderazione e rigore come la cattura di un uomo destinato al carcere duro e perpetuo, per quanto gravissime siano le sue colpe.
La prima soddisfazione è avvertire una sorta di "rivincita" non sulla persona in quanto tale, ma sul Sistema che lo ha garantito e protetto, per tantissimi anni; un Sistema così forte da sembrare invincibile, al di sopra della Legge e delle regole, che trasforma una vicenda umana già così carica ed impattante in un enorme fatto politico permanente ed internazionale: il nostro mondo ha una oggettiva e comprensibile fame di rivalsa, a partire dallo scempio di piazzale Loreto, per le troppe ingiustizie subite. Sarebbe inutile e doloroso, in questa sede, elencare il fiume di episodi, anche tragici, che hanno caratterizzato la storia della Destra Politica di questa Repubblica, la sua persecuzione e le sue bare avvolte nelle bandiere. Si pensi, quindi, solo al più recente accadimento, come l'edizione di questa settimana de "L'Espresso": FASCI PROTETTI è il titolo a tutta pagina, che campeggia su una foto di un momento di raccoglimento al cospetto di quella che fu la sezione missina di Acca Larentia. Nella foga incivile di attaccare un mondo umano, ed anche il Ministro dell'Interno (considerato "preferito" dai "fasci" suddetti), la redazione e l'editore evidentemente non si sono avveduti della disgustosa blasfemia di scegliere la foto di un luogo simbolo (e di una solenne ricorrenza commemorativa) di quanto non siano per niente "protetti" quelli che hanno scelto determinati perimetri ideali, come tutt'altro che protette furono le giovani tre vittime dell'eccidio di Acca Larentia del 1978, cui aggiungere anche Alberto Giaquinto, assassinato l'anno successivo, proprio in occasione della prima commemorazione della strage. Questo ultimo, come Stefano Recchioni l'anno precedente, furono uccisi dalle forze dell'Ordine, mentre Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta subirono la esecuzione per mano di un gruppo di fuoco di estrema sinistra che sparò nel mucchio, esattamente nel posto della foto scelta dalla patinata rivista. Ebbene, queste vittime, i cui carnefici sono rimasti impuniti, si sono aggiunte alle tante il cui ricordo, purtroppo, rimane di pertinenza di un mondo minore, quello "nostro" nel senso più autentico e limitato, mentre il resto del Paese le ha completamente dimenticate, come ha dimenticato che alle volte ne veniva perfino impedito il funerale per disposizione di questori o prefetti. Quella copertina de "L'Espresso", pubblicata due giorni prima della cattura di Battisti, ha oggettivamente destato sdegno nella nostra Comunità, proprio per la sofferenza che essa ha subito, non avendo goduto di quella "protezione" di cui, invece, Cesare Battisti e tanti altri della sua schiera hanno avuto, non solo evitando le condanne penali, ma anche raggiugendo spesso traguardi di benessere e legittimazione culturale, politica e a volte finanche Istituzionale.
La seconda ragione, se vogliamo più contemporanea, è frutto della "guerra permanente da social" che viviamo di questi tempi. La cattura di un evaso, condannato per efferati delitti, dovrebbe unire e non dividere il Paese, nel compiacimento diffuso e nella soddisfazione del funzionamento, benché incredibilmente tardivo, del Sistema che ha il dovere di punire chi abbia commesso reati. Tuttavia, come dicevo all'inizio, la vetrina del social-media è ormai più significante di ogni altro palcoscenico, e per altro si concede a tutti, dal leader politico all'ultimo e sconosciuto utente. Non commentare l'evento del giorno, con annessa la solita tiritera sull'abbigliamento di Matteo Salvini, era oggettivamente impossibile per ogni operatore della politica, della informazione, della cultura.
Per primi, nella gara ad essere più compagni fra i compagni, si sono schierati Paolo Ferrero, Marco Ferrando e Francesco Caruso, espressioni di Partiti dimenticati e insussistenti dal punto elettorale, dopodiché ha preso posizione anche Piero Sansonetti, direttore de "Il Dubbio", quotidiano di una fondazione e di una società controllata addirittura dal Consiglio Nazionale Forense (che ci chiediamo come la pensi a riguardo). Da lì un viavai di post, video, tweet, finanche meme, ha colorato i profili e le bacheche di ogni soggetto più o meno politicizzato. A Destra c'è chi ha festeggiato, come detto, ma anche chi ha puntualizzato che il merito sia solo di Bolsonaro o solo dell'Interpol, perché in questa congiuntura si trova in rivalità o in opposizione alla Lega, al Governo o a Salvini; a Sinistra si è riproposto una sorta di schema "restiamo umani" chiedendo la grazia per Battisti. Sinceramente lo spettacolo, talvolta, ha sfiorato il grottesco.
La verità è che questa operazione è di sicuro un successo di questo Governo, certo reso possibile dal nuovo Presidente brasiliano, che però ha scritto più di un messaggio pubblico indirizzato direttamente a Matteo Salvini, che quindi può ben attribuirsi il buon esito della vicenda, assumendo anche un importante profilo di centralità ed interlocuzione internazionale. Ma in verità, su tutta la vicenda degli anni di piombo, occorrerebbe una riflessione più seria e più matura. Quelli che invocano la clemenza per Battisti dicono due cose che meriterebbero pure di essere attenzionate, se non provenissero dagli stessi ambienti mefitici di chi fomenta l'odio contro la Destra ed i sovranismi, si oppone al ricordo delle vittime del MSI o finanche a quello dei martiri delle foibe o degli eccidi partigiani, in una logica "giustificazionista" riservata solo agli amici e non anche all'intero giudizio sulla complessiva vicenda italiana. 
In sostanza le argomentazioni "pro-Battisti" sono due: la effettiva validità delle prove a suo carico, prodotte in dibattimento contumaciale, e il tanto tempo trascorso dai fatti che gli sono stati attribuiti. È evidente che si tratti di argomentazioni puramente politiche, assunto che dal punto di vista giuridico le sentenze di condanna nei confronti di Battisti sono passate in giudicato e il tanto tempo trascorso dagli avvenimenti, in realtà, è praticamente solo dovuto alla sua latitanza dopo la evasione; Battisti, probabilmente, oggi già godrebbe di misure alternative o premiali se avesse scontato dall'inizio le pene inflitte. Ciò premesso, forse, nel 2019 potremmo anche iniziare a fare i conti con la nostra storia recente, ed ipotizzare che essa trovi una sua interpretazione condivisa nella coscienza comune. E se proprio si volesse ipotizzare un provvedimento di clemenza, più giusta sarebbe una ponderata formula di amnistia-indulto per tutti coloro che abbiano avuto condotte penalmente rilevanti durante la lotta politica degli anni di piombo, rossi o neri che fossero, per chiudere definitivamente con i rancori del passato, archiviare pagine troppo dolorose per il Paese nonché, effettivamente, anche procedimenti giudiziali spesso ridicoli, sommari, irregolari, inquinati e condizionati dalla pressione politica, al fine di riprendere un cammino di vera pacificazione.
In effetti, come detto c'è stato un tempo in cui nelle tasche dei giovani non vi si trovava uno smartphone ma sovente una pistola. C'è stato un tempo in cui uscire armati poteva considerarsi necessario per difendersi da aggressioni che avrebbero potuto avvenire all'improvviso, non solo durante manifestazioni e cortei, ma in qualsiasi momento, come al rientro a casa, o finanche all'uscita di scuola. C'è stato un tempo in cui la "lotta armata" ha suggestionato e convinto tantissimi giovani, talvolta anche manovrati da quello stesso Sistema contro cui volevano esprimere il senso più sacrificante della loro ribellione. Chiunque in quegli anni "ha creduto", probabilmente ci ha creduto tanto da spingersi oltre il limite della normale dialettica democratica. La misura di quanto si sia oltrepassato quel limite alle volte può essere stata una scelta, altre volte il semplice caso o la necessità del momento, altre volte ancora la vendetta, l'illusione, la macchinazione.
Un altro monologo cinematografico mi viene in mente, quello di Toni Servillo nei panni di Giulio Andreotti nel film "Il Divo" (2008); <<perpetuare il male per garantire il bene>> dice un Andreotti in vena di autoconfessione nella penombra del suo appartamento e nei chiaroscuri della sua coscienza secondo il regista Sorrentino, che gli fa concludere l'eloquio con una clamorosa dichiarazione di responsabilità scientifica e con una ammissione di colpevolezza, cinicamente dotata di un crudele raziocinio: <<Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l'hanno definita Strategia della Tensione ma sarebbe più corretto dire Strategia della Sopravvivenza>>. Oltre il romanzo cinematografico, di sicuro c'è molto di vero. Di sicuro sarebbe una sacrosanta Operazione Verità quella di aprire gli schedari, rimuovere i segreti di stato, far parlare i tanti che sanno, per capire cosa sia successo "davvero" in questo Paese, e quanto "più grande di loro" sia stato il macigno che è gravato sulle spalle di ventenni che credevano, a torto o a ragione, di cambiare il Sistema con la militanza politica diventata via via ribelle, violenta, armata, stragista. Anni di intrecci politici, pure internazionali, di coinvolgimento dei servizi di intelligence italiani e stranieri, a volte deviati, e pure della criminalità organizzata capace di insinuarsi nel turbine potere, soldi, traffico di armi e terrorismo, anni di una magistratura, di una stampa, di partiti, sindacati e Istituzioni coinvolti e partecipi nelle trame e nei tornaconti, fosse altro elettorali... forse nessuno è esente da colpe, coinvolgimenti e responsabilità su quella stagione che si è consumata nel sangue, nelle bombe, nelle pallottole.
L'arresto e la estradizione di Cesare Battisti sono stati quindi l'occasione in cui certe ferite hanno ripreso a sanguinare, per quanto la contrapposizione odierna a colpi di tweet e post sembra quasi desolante e patetica rispetto a quando essa si teneva ai tempi in cui lo stesso Battisti agiva in Italia. Qualcuno avrà pure estremizzato o finanche sbroccato con la sua tastiera, ma in fondo è comprensibile: finché non sarà consegnato, senza omissioni e censure, alla memoria storica del Paese, il racconto di quegli anni, vivranno ancora ardori frementi e passionali di contrapposizione, troveranno sedimento i rancori e prevarrà quel senso di inquietudine che tutt'ora coinvolge gli animi; e finché esisterà una Sinistra convinta della propria superiorità morale, disposta ad adoperare sempre un diversificato metro di giudizio a seconda delle circostanze, non si potrà addivenire ad una riconciliazione nazionale capace di consegnare alla Storia tutte le pagine epiche e tragiche, eroiche e drammatiche della italianità, dal processo unitario alle due guerre mondiali, dal Fascismo agli anni di piombo, fino alle ingerenze nella nostra vita nazionale degli USA, della Unione Sovietica, degli arabi, della mafia. Chi non sa leggere la propria storia è destinato a ricommettere gli stessi errori, ma sono tutti troppo presi dalle divise che indossa Salvini per rendersi conto che oggi, dalla burocrazia Europea, dal capitalismo transnazionale, dai poteri forti ed occulti del migrazionismo, arrivano pericoli e tragedie parimenti gravi e destrutturanti la nostra sovranità ed indipendenza nazionale.
Chi prova a dirlo, si trova contro tutto quel mondo di politica, società, cultura e informazione che ha protetto Cesare Battisti fino ad ora, quel mondo che ieri voleva "fuorilegge" il MSI, che applaudiva alla notizia della uccisione dei ragazzi di Destra nelle Assemblee universitarie o, come fece Dario Fo alla morte di Sergio Ramelli, si limitava a dire "…in fondo è morto solo un fascista…"; quello stesso mondo che oggi ha perso il suo appeal nella pubblica opinione e sente sotto i piedi sgretolarsi le proprie rendite di posizione, vuole riproporre il vecchio schema dell'antifascismo, credendo che sia possibile apporre milioni di lettere scarlatte, una per ogni elettore della Lega, e lanciare i suoi anatemi contro tutto ciò che non sia afferente alla stessa declinazione di sé: le parole "omofobo" e "xenofobo", ad esempio, sono utilizzate esclusivamente per marchiare chiunque non sia perimetrabile nel modello politicamente corretto di questa Sinistra che dispensa lezioni di moralità, e pertanto sono incollate addosso a chiunque, da Casapound a Fdi, passando ovviamente per la Lega, prossimo primo partito italiano, fino all'ultimo movimentino sconosciuto dell'arcipelago Destra, appena appena esprime scetticismo sui flussi migratori o sul gender.
E quindi, probabilmente, pur senza aderire all'eccessivo festeggiamento forcaiolo, in fondo non ci resta che compiacerci, almeno, che, da oggi, "uno di loro" pagherà per il suo agire, per il suo male, per le pallottole che ha esploso e, specialmente, per i suoi sorrisi di scherno, frutto del tronfio convincimento di essere al di sopra della legge, delle regole e dell'etica, comodamente protetto e schermato dal suo mondo di riferimento.

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