Sgarbi cosi ho aiutato la Lega a liberare Ferrara dai cattocomunisti

Il verdetto più clamoroso di questi ballottaggi per le elezioni amministrative 2019 è quello di Ferrara : la vittoria di Alan Fabri, candidato del centrodestra a trazione  leghista , anche se atteso dopo i risultati del primo turno, segna un passaggio di consegne dopo 74 anni di sindaci di sinistra. Un risultato che il leader leghista Matteo Salvini ha subito definito "straordinario".
Il collega Paolo Bracalini, dalle colonne de Il Giornale, storico quotidiano milanese, intervista il critico d'arte e ferrarese doc Vittorio Sgarbi sul clamoroso esisto del voto e sul contributo offerto dal deputato di Forza Italia per raggiungere tale successo.


Vuol dire che senza la sua battaglia culturale la Lega non avrebbe espugnato Ferrara?
«Dico che non era scritto che si dovesse vincere e che se c'era la possibilità di perdere era proprio sul tema della cultura, dove la Lega è certo meno forte rispetto ad altri come la sicurezza. Non c'è dubbio che a Ferrara ha contato molto la questione della stazione ferroviaria invasa dagli spacciatori africani, però ad esempio a Rovigo il tema sicurezza non è bastato per vincere. Sulla cultura abbiamo guadagnato quello che la Lega non ha, facendo la lista Sgarbi abbiamo aggiunto i voti della cultura che non è più appannaggio della sola sinistra che a Ferrara pensava di utilizzare l'ex ministro Franceschini per fare cose abusive. Ma è la stessa operazione che ho fatto ad Urbino, bloccando un altro abuso su Palazzo Ducale. Anche lì vincemmo aggiungendo alla novità politica la componente culturale. Quello che ho fatto io dimostra che con la cultura si vince».

Ne parla come di una formula da riproporre in chiave nazionale.
«Non si capisce perché in Italia non ci sia un partito della cultura mentre tutti sappiamo bene quanto sia in crescita il turismo culturale. La Lega lo ha capito, e quando ho visto che a Ferrara aveva una persona capace e accogliente come Fabbri ho fatto l'accordo. Osiamo dire che la battaglia di Ferrara è una battaglia per il rinascimento politico oltre che culturale».

Ma da ferrarese di famiglia ferrarese che effetto le fa Ferrara leghista?
«Ferrara non è leghista, è sgarbista. Mio nonno comprò casa Ariosto, ogni anno facciamo un convegno su Ariosto. Io sono una gloria ferrarese e poi c'è mia sorella ferrarese che oggi (ieri, ndr) apre la Milanesiana in pompa magna. Sono felice di aver contribuito alla vittoria e di aver aperto la strada alla rivoluzione contro questi presunti rappresentati della cultura di sinistra».

Che a Ferrara cade dopo 74 anni.
«Ma la rivoluzione non è solo il superamento del Pci poi Pd, ma anche della vecchia Dc. Il sindaco uscente Tagliani non è un comunista ma un democristiano, era lì perché sposato con la figlia di Nino Cristofori, ex ministro andreottiano. Quindi lì in quanto erede dell'alleanza cattocomunista. Quando mi candidai io sindaco di Ferrara nel 1999, dopo che An mi mollò persi con Sateriale, che era un esponente del Pci assistente di Cofferati. Ora invece scopro che Tagliani era erede della Dc. Quindi non abbiamo battuto solo i comunisti ma anche i cattocomunisti».

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