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giovedì 18 luglio 2019

Sansoni(Culturaidentita'): ricorda Luciano De Crescenzo gentiluomo partenopeo

Si è  spento, poche ore fa, Luciano De Crescenzo, scrittore, regista, artista poliedrico, napoletano doc a 91 anni. Fatale una polmonite. Era, da alcuni giorni, ricoverato a Roma. Il collega Alessandro Sansoni, direttore del mensile di Culturaidentita',  in un interessante articolo, pubblicato dal mensile da lui diretto, che riportiamo volentieri.


…“a volte penso che in questo mondo del progresso, in questo mondo di missili e di bombe atomiche, Napoli possa essere l’ultima speranza che resta ancora all’umanità di sopravvivere”…
Così si conclude il film più famoso ispirato e interpretato da Luciano De Crescenzo, l’indimenticabile Così parlò Bellavista. In questa battuta c’è forse l’essenza del pensiero di De Crescenzo e del rapporto così intimo e profondo con la sua terra natìa, ancor più che nella famosa teoria degli uomini d’amore e uomini di libertà.
Per Luciano De Crescenzo davvero Napoli era la risposta alla violenza della Tecnica, all’asfissiante civiltà del progresso e della produttività. Ma qual era la Napoli a cui lui si riferiva?
Guardateli bene i suoi film, leggeteli con attenzione i suoi romanzi. Scoprirete che non si tratta dell’oleografia partenopea tutta mare, sole, pizza e mandolino. Non è la città dell’ammuina anarchica e delle tarantelle tante volte al giorno d’oggi data in pasto ai turisti, come il folklore delle riserve indiane o dei bassifondi de L’Avana.
La sua era una Napoli antica, ironica, gentile, generosa, soprattutto signorile e al tempo stesso carica di saggezza popolare autentica. Una Napoli che oggi si fatica a ritrovare nella tammarraggine della plebe o nell’indolenza della sua borghesia; che sembra aver perso la delicatezza e la compassionevolezza del popolo partenopeo che Marcello Mastroianni richiamava in una sua famosa intervista, rilasciata dopo i 60 anni, in cui paragonava lo spietato sarcasmo del romanesco “A Marcè, ammazza quanto sei invecchiato”, all’affettuoso “Don Marcè, v’ate fatt’ vicchiariell’ pure vuie, eh?”.
E’ a quella umanità in cui ritroviamo la migliore tradizione napoletana che De Crescenzo faceva appello, lui, vecchio gentiluomo conservatore, capace di rapportarsi al popolino con la familiarità propria dei veri Signori (quelli meridionali), osteggiato per decenni dai salotti buoni della cultura italiana – tanto dell’accademia, quanto della filmografia e dell’editoria – costretti infine ad arrendersi dinanzi agli oltre 50 libri da lui scritti, tradotti in 19 lingue e diffusi in 25 paesi, per un totale di 18 milioni di copie vendute nel mondo, di cui 7 milioni in Italia.
Ecco, ci piacerebbe che la sua morte e l’inevitabile rinnovato interesse per la sua opera e la sua filosofia, semplice ma vigorosa, facesse ridestare nei napoletani il senso di ciò che essi erano un tempo, facesse loro riscoprire il senso profondo della napoletanità, quella che ha saputo farsi apprezzare ai quattro angoli del pianeta, trovando sempre il modo di adattarsi alle situazioni, con quell’ironia mai distaccata, semmai benevola, che consentiva al Professor Bellavista di comprendere perfino le giuste ragioni della milanesità di Cazzaniga. Perché un’identità forte e radicata non ha mai paura di confrontarsi con sé stessa e, dunque, con l’Altro.







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