Marco Ciriello: Salvini, la Mameli dance e il trionfo della post politica

(G.p)Che si fa? Si ride per non piangere o si piange per non ridere? Ci si vergogna semplicemente, si fa finta di niente e magari, tanto per cambiare, ci si indigna dinnanzi alla visione di Salvini alla consolle mentre le cubiste com costume leopardata ballano niente poco di meno che l'inno di Mameli.
Nulla di tutto questo. Ci leggiamo un bell'articolo del collega Marco Ciriello dalle pagine del suo blog, di cui consiglio una attenta ed approfondita lettura su questo agosto governativo del ministro dell'Interno caratterizato da una invasione di normalità che distrugge protocolli ed abitudini una creatività che macina il quotidiano degli Italiani ed inceppa i laboratori politica: è  la post politica che cancella i riferimenti del passato.

Oltre i Vanzina, oltre Sorrentino e ancora di più, nel blu dipinto di blu quando il mare è una tavola e come è dolce sentirti respirare con pinne fucili ed occhiali, e sulle labbra tue dolcissime l’inno di Mameli dance, e poi quello paramamelico delle notti berlinesi della vittoria mondiale ‘Po po po po po po po’, niente a che vedere con lo scorrere del fiume che pure fu sacro e dal quale si tirarono via diverse ampolle con annesse promesse, poi andate perdute. È l’agosto governativo, del primo ministro degli Interni a Milano Marittima, il governo dell’informalità, via le giacche e le cravatte, via anche le camicie, tutti in costume, virilissime tette italiche al vento, e riunione di gabinetto al bar, io prendo due brioche e un latte macchiato, oh e quel disegno di legge? twitta certo, come dice un selfie? arrivo, Oh vedi che c’è Sacchi, corro, porta il telefono, sì, il dj lo faccio al tramonto, ora ho Sacchi, e poi due interviste al telegiornale, per pranzo va bene l’insalata di polipo, oh che non venga dal Mediterraneo (ammiccando), c’era anche Costacurta, eh già, ma Ancelotti aveva l’undici sì, grazie Arrigo, niente scuse, non mi pento, ribadisco ruspa per la zingaraccia, commissione nata male, per me un altro gin-tonic, Guarda che c’è l’ambasciatore americano, parla italiano? Sì, è quello che sta a Roma, lo richiamo, ma prima faccio un tuffo, è una invasione di normalità che distrugge protocolli e abitudini, una creatività cafona – ancora per pochissimi – che macina il quotidiano degli italiani e inceppa i laboratori politici, via il pensiero e la vecchia deferenza, largo al casino supremo, un due tre si incrina l’identità a ritmo di reggaeton: che ci vuole? È la postpolitica, uno shock profondo che annulla tutti i riferimenti precedenti: pesanti, ossessivi, inutili. Si possono contestare ma non fermarli, c’è l’allegria, e una continuità tutta estiva bagno-cucina-veranda-giardino-strada-spiaggia, vieni anche tu, unisciti al disordine conseguente, frutto dell’incapacità della sinistra, della cupezza, spara carabiniere spara, il carrozzone è stato creato da loro: io gli faccio il piacere di smantellarlo, io vado avanti, io non ho una banca, io ho il popolo, capisci? E col popolo la roba annessa, le case, le famiglie, le scuole e le piazze, e fai due calcoli: il paese, un piacere altrimenti che paese è? E poi? E poi verrà l’inverno e altre canzoni, continueremo a twittare e governare, e loro no, proprio no. Ci prenderemo Roma e Ancona, Napoli e Torino, lasciandogli qualche poltroncina, implacabili, altro che cento campanili, ci sarà una sola identità una sola bandiera: la mia. Metti Guccini altrimenti non c’abbronziamo.

Commenti

Post popolari in questo blog

Sea Watch. De Luca da parlamentari Pd atto di ottusità politica: chi viola le leggi deve essere arrestato

Bibbiano, il democratico Delrio: Salvini specula su bimbi per distrarre l'opinione pubblica

Carabiniere ucciso, la democratica Pinotti: da Lega e Fratelli d'Italia parole di odio xenofobo