Luigi Rispoli(Fdi), l'abbattimento delle Vele a Scampia: l'ennesima sconfitta della sinistra - Il Sovranista

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venerdì 21 febbraio 2020

Luigi Rispoli(Fdi), l'abbattimento delle Vele a Scampia: l'ennesima sconfitta della sinistra

(G.p)Dovevano rappresentare il simbolo di uno sviluppo della periferia, moderno e a misura d'uomo, ma si sono trasformate nell'emblema del degrado che alimenta la criminalità organizzata. Quando si dice Scampia erroneamente si pensa alle piazze di spaccio, alla scenografia di Gomorra, alle Vele, non si pensa mica a  migliaia di cittadini che vivono onestamente in un zona che non è mai stato ciò che qualcuno gli aveva promesso che fosse, convivendo con la camorra che al nome di quel quartiere ha legato un pezzo della sua triste fama.
L'abbattimento della prima delle quattro vele di Scampia rappresenta una notizia dal forte valore simbolico ma anche l'ennesima sconfitta della sinistra napoletana come ci dimostra Luigi Rispoli, storico esponente del Movimento Sociale Italiano prima, di Alleanza Nazionale poi, ora dirigente nazionale di Fratelli d'Italia in una lettera inviataci, che pubblichiamo per intero.

L'abbattimento delle Vele a Scampia: l'ennesima sconfitta della sinistra.
di Luigi Rispoli


L'avvio dell'abbattimento della vela verde a Scampia è la fotografia di una ulteriore sconfitta sociale e culturale della sinistra. In questi anni tante analisi sociologiche sono state fatte per descrivere questi palazzoni che si sono trasformati in zone franche di crimine ed emarginazione, famigerate anche fuori dai confini nazionali, e per questo immortalate da fotografi, scrittori e registi come quando sono diventate il set di Gomorra. Nessuno mai si è chiesto cosa si cela dietro l’aggressività e il malessere delle nostre periferie, la bruttezza edilizia e il disagio di territori deboli dal punto di vista socio-economico. Non è difficile intuire che gli alveari umani in formato casermoni, come le Vele di Scampia ma anche come il Corviale di Roma, lo Zen a Palermo e Rozzano a Milano, producono deserto sociale e giungle criminali.
Soprattutto nessuno si chiede mai chi siano gli autori di quei lager abitativi nelle periferie metropolitane che tutti giustamente hanno maledetto. A questo proposito è illuminante quanto dichiarato, qualche tempo fa, dall'archistar Massimiliano Fuksas, anch'egli di sinistra, che attaccò, in maniera chiara e diretta le «soluzioni militari» adottate per le periferie italiane «tutte nate nell’ambito della cultura di sinistra». Le periferie, dal Corviale di Roma allo Zen a Palermo – disse – sono figlie della stessa utopia: dare un ordine al mondo, trovare un modello per il mondo. Ma nessuno di quei modelli ha mai funzionato. «L’errore era nell'idea di partenza: aggregare artificiosamente persone estranee tra loro che spesso non si amano nemmeno e finiscono, tutti insieme, per odiare te che li hai deportati in quel luogo estraneo e rigido». Ogni città italiana ha le sue Vele la sua Scampia. Venivano immaginate con le più eleganti intenzioni architettoniche ma sono sprofondate nella invivibilità e abbrutimento sociale. Nella divisione dei territori che il dualismo DC/PCI aveva prodotto, la sinistra scelse di accaparrarsi le periferie perchè lì, grazie anche ai fondi della legge 167, poteva partire da zero e modellare interi quartieri orientando in maniera ideologica l'architettura nell'idea massificatrice di livellare gli uomini e le coscienze meglio gestibili se concentrati in spazi urbani definiti. Avevano promesso aree urbane dove sarebbe emerso un grande spirito comunitario dei suoi abitanti ma, nel tempo, sono diventate spaventose decrepite gabbie-dormitorio. Periferie progettate da Franz Di Salvo (le Vele), Vittorio Gregotti (lo Zen), Mario Fiorentino (Corviale), e poi – a Tor Sapienza a Roma, a Genova, a Bologna, a Torino, a Terni, a Le Piagge a Firenze – architetti, urbanisti e progettisti che quando non erano comunisti ispirati a modelli sovietici erano «modernisti» progressisti, organici o vicini ai partiti della sinistra, comunque nominati dalle giunte amiche. L’egemonia culturale, in Italia, è passata anche dai Piani regolatori ma anche qui è stata sconfitta.

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