Tisci(Fdi): investimenti nel mezzogiorno, l'area da cui ripartire dopo l'emergenza - Il Sovranista

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mercoledì 22 aprile 2020

Tisci(Fdi): investimenti nel mezzogiorno, l'area da cui ripartire dopo l'emergenza


Per far ripartire il nostro paese, dopo l'emergenza corona virus, sostiene Antonio Tisci, storico esponente della destra sociale in Basilicata, segretario regionale del Movimento nazionale per la sovranità, candidato alle ultime elezioni europee con ottimo successo di voti nella sua regione nelle fila di Fratelli d'Italia, occorre puntare sulle regioni del mezzogiorno, come ci dimostra, in questo interessante articolo pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno di mercoledì 22 aprile che riportiamo integralmente.




Le grandi epidemie cambiano gli equilibri economici e politici, ribaltano le piramidi e rivoluzionano gli schemi e soltanto chi è in grado di capire questo può affrontare le sfide di un mondo che sarà fortemente cambiato. L’Italia ha un grande vantaggio che può sfruttare sul tavolo della competizione globale, ha un’area del proprio territorio che è rimasta sostanzialmente immune dal virus o che è stato in gradi di uscire dall’epidemia prima del resto d’Europa. Questa volta a fare il primo della classe è il mezzogiorno: Basilicata, Sicilia, Molise e Calabria possono considerarsi quasi fuori dall’epidemia, immediatamente potrebbero seguire Puglia e Campania. Insomma, il mezzogiorno d’Italia potrebbe trasformarsi da zavorra in locomotiva d’Italia e d’Europa, se il Governo nazionale e le classi dirigenti meridionali fossero in grado di sfruttare questa condizione. Si tratta, ovviamente, di cambiare lo schema economico italiano che, per troppi anni, ha concentrato al Sud le spese per assistenza, dedicando al nord le spese per gli investimenti. Nel mezzogiorno vive il 34% della popolazione italiana, lo Stato ha destinato mediamente soltanto il 20% dei propri investimenti al mezzogiorno, percentuale che si riduce ulteriormente se si considera il settore pubblico allargato (le partecipate pubbliche come Trenitalia, Società Autostrade etc..), a questa somma si è aggiunta una parte delle somme dei fondi strutturali che, destinati all’Italia come risorse aggiuntive per il Mezzogiorno, sono diventate risorse sostitutive di quelle statali e, in parte, dirottate su altre aree della Nazione. Per utilizzare il vantaggio di avere un’unica area in occidente quasi immune dal virus basterebbe dedicare al mezzogiorno le risorse che le spettano, ovvero il 34% degli investimenti in conto capitale effettuati dallo Stato e da tutte le partecipate pubbliche più tutti i fondi strutturali. Inutile dire che investimenti infrastrutturali in aree in cui sono carenti le infrastrutture avrebbero un effetto keynesiano di moltiplicatore altissimo che sarebbe un vantaggio per tutta la Nazione in termini di occupati e di Pil, senza considerare il vantaggio competitivo che potrebbe avere l’utilizzo come manodopera produttiva di tutte quelle forze potenzialmente lavorative che oggi godono di sussidi assistenziali di varia natura e che potrebbero essere efficaci nel rilancio dell’agricoltura e nella competizione internazionale. Grazie all’aumento dei traffici nel canale di Suez e alla via della Seta il Mediterraneo è tornato ad essere il cuore degli scambi mondiali ma, l’insipienza delle classi dirigenti italiane e il loro nordocentrismo, hanno fatto si che questa centralità si sviluppasse a tutto vantaggio del Porto del Pireo e, addirittura, dei Porti Olandesi non essendo stati fatti i giusti investimenti nella portualità, nella retroportualità e nelle infrastrutture meridionali che, pure sono geograficamente, al centro del Mediterraneo. Serve, insomma, una grande visione strategica che immagini una riscoperta della centralità del Mezzogiorno in Europa e nel Mediterraneo e di una Europa non più a trazione mitteleuropea ma mediterraneocentrica con il Sud Italia al centro, una visione complessa che deve partire de un riequilibrio che restituisca al Sud quanto sottrattogli in termini di investimento anche per consentire al Sud di dare a Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte quanto loro necessario in termini di assistenza economica, sociale e sanitaria. Una grande sfida per la quale serve una classe dirigente all’altezza di un mondo che sta rapidamente cambiando.

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