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giovedì 4 giugno 2020

Alessandro Sansoni(Cultura Identità): non andrà tutto bene in molti sono indietro

“Insieme ce la faremo” “Andrà tutto bene” sono frasi fatte, semplici incoraggiamenti che si utilizzano ogni giorno che passa. In questi tempi tristi, causa emergenza corona virus sono diventati parole d'ordine dei fans del politicamente corretto, del pensiero unico debole dominante che le hanno ripetute in ogni occasione, anche e soprattutto quando le cose non andavano bene.

Di ciò ne è convinto il collega Alessandro Sansoni, direttore del mensile Cultura Identità dal 2 giugno in edicola, come dimostra il suo editoriale intitolato "non andrà tutto bene che riportiamo integralmente.



Non andrà tutto bene” e molti, moltissimi “saranno lasciati indietro”. Non bastano infatti gli slogan ripetuti come un mantra dalle liturgie mediatiche pentastellate ad affrontare quella che sarà con ogni evidenza la crisi economica più grave che il nostro Paese abbia conosciuto dal Dopoguerra. Occorrerebbero soldi e, soprattutto, una visione d’insieme di quello che serve al Paese. E tempestività, nelle decisioni politiche e nella loro concreta attuazione. Proprio la tempestività sembra essere una delle caratteristiche di cui maggiormente difetta il Governo Conte. In ritardo su tutto, persino sui suoi annunci. La dimostrazione plastica è stata data in proposito dal Decreto Rilancio, in principio battezzato “Aprile”, salvo poi cambiare nome visto il suo slittamento di settimana in settimana, in una fase in cui ogni giorno è prezioso, se si vuole che l’Italia riparta. Quanto ai soldi, gli 80 miliardi recuperati in deficit con lo scostamento di bilancio dalle Camere, grazie anche al senso di responsabilità delle opposizioni, non sono pochi. Eppure risultano essere insufficienti, soprattutto se confrontati con le risorse messe in campo, peraltro molto più velocemente, dagli altri paesi europei, a cominciare da Francia e Germania. Ne occorrerebbero molti di più, dopo il blocco della produzione e delle attività determinato dal lock down più lungo e intenso dell’Occidente. Ma lo Stato italiano non li ha, né può sperare di favorire l’immissione di liquidità nel sistema attraverso una politica monetaria espansiva, non essendo più dotato di una propria Banca Centrale e dipendendo, in questo senso, dagli assetti sanciti dai trattati dell’Unione Europea e dalle peculiari caratteristiche della BCE, che devono tenere conto degli interessi e delle prerogative degli altri paesi dell’Unione e, soprattutto, dell'Eurozona, che spesso contrastano con i nostri, nonostante il temporaneo allentamento dei vincoli comunitari. La vera partita per le risorse si gioca a Bruxelles, dove però il nostro Governo ha utilizzato male le sue carte, fossilizzandosi sull’improbabile battaglia per l’istituzione degli euro bond e contrabbandando per un trionfo gli accordi capestro sui fondi del MES, “senza condizionalità” solamente nelle parole del ministro Gualtieri e del Commissario Gentiloni. Proprio in sede europea, il governo italiano ha mostrato di avere un peso negoziale paragonabile al massimo a quello dell’Olanda, a causa innanzitutto di una certa imperizia nella conoscenza dei meccanismi legali sanciti dai trattati e delle dinamiche insite nei processi diplomatici. Ma la lacuna più preoccupante dimostrata dal Governo presieduto da Conte, da cui derivano la lentezza e la scarsa caratura negoziale in sede europea, sta nell'assenza di una strategia complessiva su cui basare la ricostruzione del tessuto sociale ed economico della Nazione devastato dalla crisi pandemica. Dinanzi alla vastità della crisi e alla relativa scarsezza di risorse disponibili, sarebbe stato opportuno che il Decreto Rilancio fosse dotato di una chiara prospettiva strategica. Le centinaia di pagine e di articoli di cui è composto, che richiederanno una quantità immensa di decreti attuativi per metterli in pratica, già testimoniano la confusione in cui versano i nostri decisori politici. Piuttosto che disperdere in mille rivoli i fondi a disposizione, con misure a pioggia più attente alle marchette elettorali che alle reali esigenze complessive dei cittadini italiani, avrebbe avuto senso concentrarli in un vasto programma di ricostruzione industriale, infrastrutturale e produttiva, di cui l’Italia ha bisogno da tempo: è ciò che sta facendo la Germania, ad esempio, che sebbene non soffrirà una decrescita del PIL paragonabile alla nostra, in virtù di un lockdown decisamente più tenue e più breve, ha colto l’occasione rappresentata dall'allentamento dei vincoli europei agli aiuti di Stato per rilanciare il ruolo della mano pubblica nell’economia. Se non proprio di una nuova IRI, anche noi avremmo bisogno di investimenti programmati e coordinati da un’agenzia di sviluppo ad hoc per salvare, modernizzare e rilanciare il nostro sistema economico. E se lascia basiti l’indifferenza verso un settore come il turismo, tanto importante per la nostra economia quanto più duramente colpito degli altri dall’emergenza sanitaria, è in generale l’assenza di sensibilità verso la necessità di tutelare e supportare il reddito da lavoro che sconcerta. Se proprio dobbiamo vedere nell’azione del Governo una qualche filosofia d’insieme, riusciamo solo a scorgere quella che Vilfredo Pareto chiamava Plutocrazia Demagogica: assistenza ai grandi player industriali e finanziari attraverso cassa integrazione e rinvio dell’IRAP e sussidi a chi sta peggio, secondo una tendenza che vuole allargare reddito di cittadinanza e reddito di emergenza, fino a realizzare il sogno del reddito universale per tutti i disoccupati e gli inoccupati. Una misura di chiara ispirazione ultraliberista, come spiegatoci all’epoca da due economisti di opposte tendenze, Karl Polanyi e Friedrich von Hayek, che favorisce l’inattività, inibendo produzione, lavoro e dinamica sociale e salariale. Risultato? La polverizzazione del ceto medio, baluardo di democrazia ed equilibrio sociale, già in difficoltà prima del coronavirus e ora spaesato, impoverito, privo di punti di riferimento e succube di un governo ideologicamente nemico del lavoro e dei ceti produttivi. Non “andrà tutto bene”, purtroppo.

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