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venerdì 5 giugno 2020

Tremonti al Corriere della Sera: serve la grande coalizione. E'l'occasione storica per Lega e Fratelli d’Italia

Il collega Marzio Breda, dalle colonne de Il Corriere della Sera, principale quotidiano italiano intervista il professore Giulio Tremonti sui temi dell'attualità politica, partendo dal patto per la rinascita presentato dal premier Conte passando per i Bond ed il Meccanismo Europeo di Stabilità rilanciando l'idea della grande coalizione per la ricostruzione del paese post emergenza covid 19. Una grande coalizione che vedrebbe protagonisti Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

Professor Tremonti, Conte ha presentato un «patto per la rinascita» che fa leva sugli aiuti Ue. Basteranno?
«I fondi europei sono certo buoni, ma non la manna, la sostanza miracolosa fatta scendere dal cielo per sfamare i migranti nel deserto. Nella Bibbia Mosè annuncia la promessa che ha ricevuto: “Farò piovere del pane dal cielo per te”. Conte non è Mosè, e le risorse dell’Ue servono per le generazioni future, non per le sofferenze presenti. Arriveranno, ma con un picco solo dal biennio 2022-2024».

Cosa pensa di Bond e Mes?
«Bond europei e tassa sul web vanno bene. Ma per come sono congegnati servono per finanziare in conto capitale riforme future, non per spese correnti attuali… Il Mes è una manna in miniatura. Il diavolo sta nei dettagli e a Bruxelles ci sono più dettagli che diavoli. Funziona per uno “slot” operativo breve e finanzia piani ancora da presentare. Finirà che finanziamo poco più delle mascherine. Scommettiamo: due miliardi, con risparmio annuale in conto interessi pari a 30 milioni».

Si teme che esploda la rabbia sociale, con il big-bang del governo.

«All’euforia seguirà una crisi d’autunno e molto diversa dalle altre: non chiuderanno solo le fabbriche, ma anche negozi e laboratori. E per la prima volta la crisi colpirà pure le partite Iva. Sarà drammatica la squadratura tra sofferenze umane, che saliranno, e provvidenze pubbliche, che scenderanno. Così che al vuoto della finanza pubblica corrisponderà, da fuori, la richiesta di un maggior “rigore”».

Il premier propone un «tavolo» per fissare la strategia.

«Conte evoca “gli stati generali dell’economia”. Dimentica che hanno portato sfortuna a un noto sovrano francese. Zingaretti dichiara una “ossessione” e chiede concordia nazionale. Da tutti si evocano scenari da “guerra”. Oggi è un po’ diverso. Abbiamo un dopoguerra, senza che ci sia stata una vera guerra. Va ricordato che nel 1940 Churchill fece entrare nel suo governo i laburisti di Attlee. Nel nostro dopoguerra al governo furono chiamati Togliatti, Einaudi, Nenni e tanti altri. Poi c’è l’esempio tedesco. Gli effetti del dopoguerra emersero nei primi anni Duemila con i costi dell’unificazione e la soluzione fu trovata nella “Grande coalizione”. Che c’è ancora e proprio l’ unità nazionale è un punto di forza della Germania».

L’Italia però non è la Germania… intanto preme l’emergenza lavoro.

«La soluzione non è nei Navigator fumo di Londra. Come sui 5 Stelle si ironizzava: “Saliresti su di un aereo con un pilota che non ha mai pilotato?”, oggi si direbbe: “Ti faresti operare da un chirurgo con laurea che non ha mai operato?” La saggezza sta nella “Repubblica” di Platone: la politica è la forma superiore della tecnica. Per guidare la nave devi conoscere nave, equipaggio, fondali, correnti, venti e soprattutto le stelle».

Lei giudica inadeguato il premier. E gli altri politici?
«In tempo di “Peste”, vale quanto disse Camus: “Serve uno sforzo di cui solo gli individui superiori sono capaci, sforzo che consiste nel dominare i propri risentimenti”. Salvini e Meloni, sono giovani e questa potrebbe essere per loro una occasione storica di servizio al Paese. Nel dopoguerra c’erano le macerie, ma c’era la vita, le case erano distrutte, ma non le persone. Se non si fa qualcosa di serio, chiunque vincerà dovrà governare su macerie sociali».

Mattarella ha detto che se l’esecutivo naufragasse resterebbero solo le urne.

«O Camaldoli o elezioni. Camaldoli, il luogo dove il mondo cattolico si aprì alle altre forze della politica. A Camaldoli, Aldo Moro figurava come “giornalista”. Penso che sono questi di Camaldoli i valori in cui il nostro presidente si riconosce».

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