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sabato 2 ottobre 2021

Filippo Rossi(Buona Destra): Meloni conosce questi fasci da strapazzo, non si tiri indietro




Ho visto e rivisto il video su Carlo Fidanza. Ho riassaggiato senza volerlo il sapore rancido di un minestrone fatto di fascinazioni folli che hanno radici in un passato che pensavo morto e sepolto: nazismo esoterico, strafottenze adolescenziali, idee brufolose, feroce antisemitismo, razzismo prêt-à-porter, boia chi molla a gogò. Il tutto frullato in una fascisteria fuori tempo massimo che non ha nulla di letterario e tutto di ridicolo, che non ha nulla di fascinoso e tutto di ripugnante.
Una volta, due volte, tre volte. Più lo rivedevo e più non ci potevo credere. Allibito. E più non ci potevo credere e più piombavo in un vortice psicologico composto da un mix di pena, schifo, disgusto e tristezza. Infinita tristezza. E sì, perché - è un dovere ammetterlo e chi non lo fa è in malafede - questa robaccia qua era già tutta presente nel promiscuo immaginario della destra neofascista italiana. Quasi scontato che fosse così, in effetti. Ma per nulla scontato che fosse ancora presente ai piani alti, altissimi, di un partito che ha fatto del suo estremismo di destra la propria nuova identità ma che, pensavo (speravo), avesse finalmente abbandonato un brodo culturale fatto di simbologie, atteggiamenti e ammiccamenti degni di teenager non ancora avvezzi alle gioie del sesso non in solitaria.
E invece no. Può capitare che il capodelegazione al Parlamento Europeo e responsabile Esteri (sic!) di Fratelli d’Italia sia ancora fermo lì, a quelle lunghe ore passate nella sua cameretta a sognare biondi guerrieri nordici morti e sepolti e gambe di donne mai conosciute. Un mondo immobile, fermo ai sogni perversi di venti, trenta anni fa, un mondo che ancora si eccita pruriginosamente facendo battute sulla birreria di Monaco dove Hitler teneva i suoi discorsi. Un mondo che fa la faccia cattiva per nascondere il suo infinito vuoto interiore.
Neofascismo? Sinceramente sarebbe persino un complimento. Carlo Fidanza è nato nel 1976, (solo un anno in più di Giorgia Meloni) ha iniziato a far politica giovanissimo agli albori degli anni Novanta, come Giorgia Meloni. Appartiene a quella destra giovanile che in quegli anni sì è nutrita culturalmente della nostalgia dei suoi fratelli maggiori, si è nutrita di nulla. Mentre Gianfranco Fini cercava disperatamente e caparbiamente di “andare oltre” e costruire finalmente una destra di governo, loro, quei ragazzini pieni di niente, continuavano stupidamente ad aggrapparsi a mitologie del passato.

Mi ricordo ancora le polemiche contro l’utilizzo ossessivo e strumentale del ricordo dei ragazzi morti negli anni Settanta. Il rito del “Presente!” è nato lì. Una generazione cresciuta in nome dell’invidia nei confronti chi aveva vissuto una parvenza ridicola di guerra civile. Era un modo strumentale per tenere uniti, in nome del passato, ragazzi che non riuscivano a vivere la politica come sano impegno civile.

No, non era neofascismo. Non era nemmeno la comprensibile triste nostalgia dei vinti della storia. Né Fidanza il milanese né la Meloni la romana c’entravano nulla con la triste poesia del cuoco di Salò. Non c’entrano nulla con il dibattito, alto e sofferto, sulla possibilità di una storia condivisa. La loro era già allora fascisteria da strapazzo, era una scatola piena di niente, era già estrema destra con una spruzzatina di iconografia passatista ed esoterica.

È per questo che Giorgia Meloni non può tirarsi indietro. È per questo che non può cadere dalle nuvole. No, non può. Lei non può. Lei sa, lei conosce il suo mondo, la sua “comunità”, per utilizzare un termine al quale sono ancora tanto affezionati, lei conosce i suoi “militanti come scrive il collega Filippo Rossi, leader di Buona Destra dalle pagine virtuale dell'Huffington Post in un interessante articolo che potete leggere integralmente cliccando qui


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