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lunedì 21 febbraio 2022

Mario Landolfi: col proporzionale l'alleanza del centrodestra può rinascere

Fa ritornare in mente il “sembra facile fare il caffè” di una vecchia “réclame” di Carosello lo psicodramma in atto nel centrodestra. Nel suo caso, sembra facile ricostruirne l’unità: in realtà è difficilissimo. Lo ammetterebbero persino i suoi leader se solo facessero uscisse dalla bolla propagandistica la loro narrazione pubblica per riflettere su un’alleanza mai nata. Strano ma vero: da quando Forza Italia è uscita dall’involucro del Pdl, FdI ha debuttato sulla scena politica e la Lega ha cominciato a guardare al Sud, i rispettivi leader non sono mai stati tra loro alleati. Parliamo di alleanza, non di amicizia. E quella politica si declina solo in positivo, in modalità “pro” e mai “contro”. Si è alleati quando si sta nello stesso governo o se insieme lo si sostiene condividendone le responsabilità in nome del vincolo di maggioranza. Infatti, non esistono “alleati di minoranza”.

Diversamente e paradossalmente, nella Prima Repubblica nessuno lo sarebbe stato più di Pci e Msi, entrambi per circa mezzo secolo all’opposizione della Democrazia Cristiana. Alla luce di questa ovvia premessa, che cosa indica, dunque, oggi il termine centrodestra? Poco e niente. A differenza di quello di ieri, è un “flatus vocis”, un’astrazione, una figura mitologica, l’equivalente di un ircocervo o di un ippogrifo. È così dal 2011, sebbene la sua inconsistenza politica sia esplosa in tutta la sua evidenza solo nell’attuale legislatura. Certo, vi ha contribuito il logoramento della leadership di Berlusconi, la sterilizzazione della prassi politica del “premier eletto dai cittadini”, ma anche la scelta di cedere alla tentazione del “nuovismo” al solo scopo di scansare le macerie che sembravano dovessero venir giù dal crollo (sempre annunciato e puntualmente rinviato) del berlusconismo.

Non per caso risale a quel tempo la tesi in base alla quale diventa leader della coalizione chi ha più voti. Sembrava la più riuscita delle quadrature del cerchio, si è rivelata la più sciagurata delle soluzioni. Tanto più considerando l’onda anomala del consenso che da circa un decennio innalza e abbatte partiti e leader: nel 2014 il Pd, nel 2018 il M5S, l’anno dopo la Lega mentre oggi i sondaggi premiano FdI. Si fermerà qui la pallina della roulette? Può darsi. È quel che temono molti, e non solo a sinistra. Ne fa fede il tramestio in senso proporzionalista intorno alla legge elettorale. Non c’è da scandalizzarsi: i partiti già “pensano proporzionale”. FdI compreso, non a caso chiamatosi fuori dal governo Draghi. In tal senso, le parole pronunciate dalla leader nella recente direzione nazionale ("con il proporzionale saremmo il primo partito, nessun governo si potrebbe fare senza di noi") autorizzano a ritenere che seppur “obtorto collo” la Meloni è pronta a considerare il cambio di sistema elettorale come il secondo tempo dell’operazione “no-Draghi” di un anno fa. Sarebbe più che logico, oltre che più onesto verso i cittadini.

Già, quale giudizio sul governo in carica prevarrebbe in un centrodestra appositamente rincollato per la campagna elettorale? Il “peste e corna” in voga in FdI o i ditirambi di Lega e FI? Parliamo di un governo nato con il sigillo del Quirinale e destinato, attraverso il Pnrr, ad ipotecare l’azione del futuro esecutivo. Un vero spartiacque. Difficile perciò far dimenticare che Salvini e Berlusconi lo hanno appoggiato mentre Meloni lo ha osteggiato. Appunto, “sembra facile…”. Messo così, dunque, il proporzionale non solo non sarebbe una iattura, ma si presenterebbe addirittura come un’opportunità: meglio un’alleanza dopo, ma più solida, anziché preventiva, ma fasulla. Insomma, questo centrodestra “rifamolo strano”. Chissà che non riesca pure meglio.


di Mario Landolfi

Fonte Huffington Post 

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